Libri: Milano non ha memoria, un omicidio a Lambrate

Milano_non_ha_memoria_Gino Marchitelli

È una scusa, non solo una scusa, ma è anche una gradevole e azzeccata scusa quella di un omicidio in un quartiere popolare e noto di Milano per raccontarla tutta.

Tutta Milano e la sua cittadinanza, da un estremo all’altro, geograficamente parlando, e politicamente. Non ultimo, anche socialmente. Chi ci ha pensato è Gino Marchitelli per Frilli Editore.

Militante, civile e letterario, non stupisce, dopo avere letto questo suo «Milano non ha memoria», se nel suo curriculum c’è anche la voce «cantautore». Non per particolari monologhi jazz, soul o quant’altro, no: l’orecchio lo ha usato per il ritmo della sua scrittura, componendo una melodia di righe che non ha bisogno di soundtrack.

Il delitto al centro del romanzo, commesso nelle sue primissime pagine, è l’omicidio di un incensurato e onesto panettiere egiziano, Kaled, residente a Lambrate con tanto di moglie e prole, «in aumento».

Perché la neo-vedova Layla è pure incinta. Qualcuno lo massacra quasi sotto casa, lo fa in modo troppo preciso perché si tratti «solo» di una aggressione fortuita. O tra connazionali, anche se molti si accomodano su questa ipotesi nonostante evidenze e persone scuotano la testa di fronte a tale soluzione.

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A scegliere di entrare in una Milano sonnolenta e oscura, che non ha regole né capelli, sono il commissario Lorenzi, dei migliori sulla piazza, e una giornalista di cronaca di radio popolare, Cristina, aiutata da una giovane freelance che compensa i piercing con una tenera empatia. Marta, si chiama, ed è una buona spalla per una reporter coraggiosa, «pure troppo».

Lasciando immergere il lettore nelle viscere del mistero tanto ben infarcito da Marchitelli, è interessante far cadere invece qui lo sguardo sull’intelligente racconto cittadino che, causa ansia da indagini, a prima vista può passare inosservato. E invece merita, per la delicata precisione con cui l’autore ritrae una città amata e nello stesso tempo denudata con violenza quartiere per quartiere fin nei suo covi vergognosi.

Verso le periferie, come in pieno centro: il buio è buio uguale, l’odio e l’atroce razzismo non guardano quartieri e linee Atm. Viaggiano nella città, agili e indisturbati, come fantasmi ma reali, carne ed ossa, nelle membra e nelle azioni di cittadini. Cittadini proprio come lo diventano con onesta fatica e infinita soddisfazione e gratitudine, immigrati come Kaled. Al suo forno ci vanno a comprare pizzette gli stessi che lo hanno picchiato e insultato. Ma non sono loro gli assassini, sono una parte di Milano che fa vergognare, sì, ma non imputabile di omicidio.

Mentre si vaga per Milano seguendo il «fil noir», si esplorano le emozioni che, più che cittadine, sono universali. Si tratta di amore, anzi, di amori. Quello filiale, tra Layla e la sua prole. E poi l’amore «tra innamorati», quello quasi magico, certo coraggioso e puro, con Layla al centro assieme al suo Kaled, e, strappalacrime in modo diverso ma con uguale intensità, quello tra Tina e Valerio.

All’estremo opposto anagraficamente parlando, con loro due si affonda nel dolore e nella tenerezza del fine vita, vita condotta sempre al fianco, solidali l’uno all’altro. Annoda lo stomaco, ma più per la tensione che per la profondità, il tormentato rapporto tra cronista e commissario. Se i due conducono indagini parallele, le loro vite parallele non lo sono affatto. Anzi, si scontrano, si incrociano, si evitano, si intrecciano, ma non procedono senza che ci sia contatto, anche solo immaginato, evitato, desiderato.

Così, da «un semplice cadavere di straniero abbandonato sul selciato in una notte umida e piovosa nel quartiere Lambrate di Milano che ha il nome di una delle tante stazioni ferroviarie secondarie», ecco che uno bravo come Marchitelli sa cavare un grande affresco con tante piccole pennellate di parole, con una fluidità che fa scivolare troppo presto alla parola fine.

 

Milano non ha memoria

Gino Marchitelli per Frilli Editore

Articolo scritto da Redazione PinkItalia

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